mercoledì 11 maggio 2016

Recensioni dal festival di Cannes: ‘Café Society'



di Owen Gleiberman

Jesse Eisenberg e Kristen Stewart fanno coppia nel bellissimo ma eccessivamente familiare triangolo amoroso Hollywoodiano di Woody Allen.

Avventurandosi nel nuovo film di Woody Allen, c'è sempre la speranza che sia un film importante, come “Blue Jasmine,” e non una delle sue inezie, come i film di Allen che hanno aperto il Festival del cinema di Cannes in anni recenti (“Hollywood Ending,” “Midnight in Paris”). A questo punto, comunque, i suoi trascorsi di gran lunga favorisce la probabilità che sia un inezia, a quel punto la domanda quindi diventa: Sarà uno dei suoi buoni - che è, uno di quelle fiabe Alleniane che cantano davvero? “Café Society,” che vede come interprete Jesse Eisenberg come uno sfigatello del Bronx dolcemente naive che si trasferisce a Hollywood negli anni 30 in cerca di fortuna, è stato realizzato con tutta la verve e l'eleganza in grande stile e magnetismo da stella di una gemma Alleniana di scala minore.  Tuttavia il film, guardabile così com'è, non supera mai la sensazione che sia uno sfarzoso bozzetto che si sforza di fare la figura di un vero film.  Con intermittenti scintille romantiche che scoccano tra Eisenberg e la sua coprotagonista, una posata e radiosa Kristen Stewart, “Cafe Society” ha più probabilità di attirare una larga fetta del pubblico di Allen rispetto ai suoi ultimi due, “Magic in the Moonlight” e “Irrational Man.” Ma ci potrebbe essere un limite al suo successo, visto che è uno di quei film di Allen che continua a parlare di passione invece di farla sentire al pubblico.

Eisenberg, magnifico in ampi pantaloni con le pince e un ciuffo riccioluto, è l'ultimo di unalunga seri di attori a cui è stata data l'ovvia direttiva di incanalare lo spirito di Allen sullo schermo. Ma ne fa un lavoro più accattivante della maggior parte, perché i vezzi di Eisenberg - la stravagante abilità verbale, il lieve sputacchiare dell'insicurezza dell'accondiscendente - combacia così organicamente con quello dello stesso Allen. Eisenberg interpreta Bobby Dorfman, che arriva ad Hollywood cercando di ottenere un lavoro nell'ufficio di suo zio, Phil (Steve Carell), un agente veterano così potente che non può andare in giro a un party in piscina senzaessere venire assillato riguardo un qualche accordo che sta negoziando per Ginger Rogers o William Powell. Sospettiamo - o magari speriamo - che Phil sia il viscido personaggio che trascina Bobby nel suo mondo di fascino corrotto, ma Carrell, che appare piacevolmente polposo, interpreta Phil come un indaffarato, stralunato mensch di Tipo A che affida a suo nipote commisioni da sbrigare e che trova il tempo di presentarlo a tutte le persone giuste. 

Una di queste è la segretaria di Phil, Vonnie (Stewart), una esile ma disarmantemente equilibrata ex ingenua che sostiene di rifiutare il gioco di Hollywood. Porta Bobby in un improvvisato tour delle case delle celebrità, e discutono la qualità sopra le righe delle celebrità cinematografiche, che induce Vonnie a insistere: "Penso che sarei più felice essendo a grandezza naturale." Stewart fa percepire la realtà di quella battuta. Lei riversa un po dei suoi bloccanti vezzi per interpretare una donna di calore che, con un lampo, trattiene il suo ardore nascosto, e il spirito di calma sicurezza calza all'attrice meravigliosamente. È quella qualità che attrae il candido Bobby, e non passa molto prima che una cotta si manifesti.

C'è una svolta, ovviamente: Vonnie ha già un fidanzato — e quell'amante, rivelato fin dall'inizio, è nessun altro che Zio Phil, che ha promesso di lasciare sua moglie e sposare Vonnie.  Non c'è niente di davvero originale riguardo a questo dilemma di triangolo amoroso, specialmente in un film di Woody Allen, dove rispecchia direttamente così tanti scenari dei suoi primi lavori, in particolare il garbuglio adulterino di "Manhattan." La domanda è: Dove ci porterà questa volta? E la risposta si rivela essere: non in qualche posto molto interessante. Il Phil, di Carell, persino comunque stia traendo sua moglie, è ritratto come una tale vittima della sua stessa devozione romantica che è difficile fare il tifo contro di lui - e Vonnie, di fatto, insiste che ama entrambi gli uomini.

C'è un suggerimento di innovazione nel modo in cui si stagli su di un lussuosamente visualizzato sfondo del periodo Tinseltown. E, certo, l'ottima, fotografia dai toni scuri Vittorio Storaro è così mozza fiato che sembra quasi raccontare una sua storia. Storaro, quel maestro del colore e delle ombre, trasforma gli uffici e i ristoranti con pannelli di legno in un sogno a occhi aperti Art Deco, e quando Bobby e Vonnie sono seduti nella stanza di motel di Bobby e l'elettricità salta, l'improvvisa illuminazione a luce di candela sembra qualcosa uscita da "Barry Lyndon." Ogni scena in "Café Society" brilla di uno splendente classicismo. Tuttavia tutto ciò fa solo desiderare che Allen avesse portato in vita l'ambientazione della Vecchia Hollywood con un senso del dramma e della sceneggiatura più ricco, nel modo in cui i fratelli Coen hanno fatto in "Hail, Ceasar!"

Se vi state chiedendo cosa significhi il titolo, “Café Society” resi riferisce alla bella vita a New York City, dove Bobby ritorna dopo essere stato respinto da Vonnie. Va a lavorare nel nightclub posseduto dal suo fratello gangster stereotipato, Ben (Corey Stoll), e apparentemente trova il suo posto tra gli elegantoni, ma è difficile sfuggire alla sensasione leggermente deludenete che il film stia ricominciando dacapo. E questa volta, più che mai, sta dicendo piuttosto che mostrare. Allen ha scelto di narrare da se il film, che sembra un azzardo piuttosto innocuo, ma la sua voce, dopo un po', inizia a suonare quasi viscosa di melancolia didattica, e non possiamo fare a meno di notare che un sacco di cose che ci sta dicendo -Bobby conosce politici e gangster! Diventa un uomo di mondo! — avrebbe, di fatto, potuto essere la sostanza reale della trama del film. La piacevole interpretazione di Eisenberg non ha mai occasione di crescere; lo sviluppo del personaggio in larga parte si riduce al fatto che nel night club, lui inizia a indossare uno smoking bianco. Rimane quello stesso dolce ragazzo, che si strugge. Alla fine, quello sembra essere il punto: che moltissime persone se ne vadano in giro portando con se i fantasmi dell'amore - un sogno di ciò che avrebbe potuto essere. Ma questo è un messaggio che abbiamo bisogno di sentire nei nostri cuori, piuttosto che nelle nostre teste, se ci perseguiterà. Per lo più, “Café Society” vi lascia sognando del film che avrebbe potuto essere se Woody Allen l'avesse realizzato facendo ciò che ha fatto nei suoi migliori lavori: spingendosi fuori dalla sua zona comfort.

Cannes Film Review: 'Café Society'
Recensito al festival del cinema di Canne (opener), Maggio 11, 2016. Durata: 96 MIN.    

Produzione
An Amazon Studios release of a Gravier Prods. presentazione di Perdido production. Prodotto da Letty Aaronson, Stephen Tenenbaum, Edward Walson. Produttori esecutivi, Ron Chez, Adam B. Stern, Allan Teh.  

Crew
Diretto, scritto da Woody Allen. Camera (color, HD), Vittorio Storaro; editor, Alisa Lepselter; production designer, Santo Loquasto; art directors, Michael E. Goldman, Doug Huszti; costume designer, Suzy Benzinger; visual effects supervisor, Erin Dinur; assistant director, Danielle Rigby.

Con
Jesse Eisenberg, Kristen Stewart, Steve Carell, Blake Lively, Corey Stoll, Parker Posey. 

TRADUZIONE a CURA di DAVIDE SCHIANO DI COSCIA
ARTICOLO ORIGINALE:variety.com/